“Dodici” DOMANDE / Dobrogosz

Il 13 ottobre alle 18:30 presso l’SGM Centro Congressi di Roma, Steve Dobrogosz e Coro Musicanova.
I dettagli dell’evento sono sulla nostra pagina Facebook.

Pianista e compositore americano, ha appena finito di lavorare a “un album rock’n’roll lungo due ore” che si aggiunge alla lista di motivi per cui non è affatto facile racchiudere in un’unica definizione la musica e la figura di Steve Dobrogosz. Si diploma al Berklee College of Music di Boston e, nel 1978, appena ventiduenne si trasferisce a Stoccolma gettando fisicamente un ponte tra la patria del jazz e la fervente scena jazzistica scandinava – ricordiamo l’intensa collaborazione con la meravigliosa Radka Toneff. Ma Stoccolma è anche una gemma della musica corale europea e questo non tarda a influenzare il recettivo compositore che, su solide basi classiche, inizia e continua a esplorare possibilità e sonorità corali permeabili al jazz e al pop.

Quali sono state le tue prime esperienze musicali?

La musica in TV negli anni ‘50, gli LP che i miei genitori avevano in casa e gli strumenti musicali giocattolo che provavo a suonare.

Quando ti sei avvicinato alla composizione – e quali sono state le tue prime passioni e influenze?  

Ricordo di aver scritto la mia prima canzone a sei anni. Ho assorbito per lo più la musica pop mainstream (le colonne sonore di James Bond erano le mie preferite), ho iniziato con le lezioni di pianoforte, ho imparato a suonare la tromba e la chitarra. Il mio compositore preferito all’epoca: Debussy. Durante l’adolescenza ho trascritto brani di Elton John e di Keith Jarrett, e sono diventato un grande fan dei Beatles.

Quali momenti consideri significativi nella tua carriera?

Considero traguardi tutti i brani in cui sento che la mia scrittura ha raggiunto un nuovo livello. Potrei elencarne alcuni, ma non sono tra quelli più conosciuti del mio repertorio.

Potresti darci un’idea di come componi – i.e. i metodi che usi, come ti viene l’ispirazione – insomma gli strumenti del mestiere.

Parto sempre da un’idea piccola come una molecola, un seme – anche solo due note che si incastrano o una nota a sorpresa – che attira la mia attenzione, in cui sembra esserci racchiuso tutto un mondo, e che mi dice “per favore trasformami in un’opera intera”, e può finire per diventare qualsiasi cosa, da una danza irlandese a un Requiem. Una volta che c’è la prima scintilla, di solito il resto segue piuttosto naturalmente e rapidamente. E poi, inizia sempre al pianoforte. Ho provato a comporre a mente ma i risultati non sono mai altrettanto buoni. Evidentemente ho bisogno di un contatto fisico col mio strumento musicale.

Per quanto riguarda la composizione e l’orchestrazione sono un autodidatta. Le teorie e le tecniche sono strumenti utilissimi, ma per me funziona meglio quando il processo è il più intuitivo possibile, e procedo nella scrittura solo se lo trovo divertente. Uno “strumento del mestiere” che utilizzo è la “modulazione della nota comune”, ma questa la capirebbero solo i nerd 😉

Non ho mai capito come mi arriva l’ispirazione, ma neanche mi sforzo di capirlo. La musica viene (fortunatamento ho avuto pochi “blocchi dello scrittore”) e mi assicuro di trascriverla o di registrarla. Meglio non chiedere da dove viene…

Keith Jarrett una volta disse che aprire una porta al jazz vuol dire chiudere la porta alla composizione, e viceversa. Cosa significano per te l’improvvisazione e la composizione e quali consideri i loro rispettivi meriti?

Riuscire a improvvisare in modo significativo è raro quanto riuscire a comporre in modo significativo. Dipende totalmente da chi lo sta facendo e se ha effettivamente qualcosa di interessante da raccontare. Il nocciolo delle tecniche di improvvisazione è per lo più una conoscenza meticolosa delle strutture delle note e delle scale, cosa che qualsiasi buon compositore deve già possedere per poter creare. Queste categorie per me si mescolano, come sospetto accadesse qualche decennio fa.

Qual era il tuo rapporto con la musica corale negli Stati Uniti, e come è cambiato dopo il trasferimento in Svezia?

Negli Stati Uniti l’unico contatto che ho avuto con la musica corale è stato con i cori di chiesa. Diventare un compositore di musica corale non è stata una scelta programmata, mi ci sono avvicinato quando un apprezzatissimo coro svedese (n.d.r. il St. Jacob’s Chamber Choir) mi ha chiesto di provarci, e le cose sono poi andate avanti a seguito di un riscontro positivo. La Svezia ha una scena corale molto attiva, è quindi un ottimo posto in cui lavorare.

Come musicista e compositore jazz, quali sono le principali sfide compositive quando si tratta di musica corale?

Lo stesso testo cantato da un cantante solista o da una collettività diventa due cose completamente diverse. Le parole scelte per un’opera corale devono essere credibili in un’ambientazione di gruppo, quindi questa è la prima sfida. Cercare di evitare alcuni trend (come i cluster corali!) è una delle cose che tengo a mente. La musica corale che è apparentemente “swing” può risultare problematica perché spesso suona frivola e teatrale, quindi cerco sempre di aggirare questa tendenza. Posto ciò, mi è sempre venuto naturale scrivere per la voce, il che è strano, non essendo io un cantante.

Presto eseguiremo Mass, forse una delle sue opere più eseguite, spesso definita la Messa “jazz”. Cosa pensi di questo aggettivo?

Non sono d’accordo. Non c’è nessun tipo di improvvisazione nello spartito. Definirla un ‘ibrido’ sarebbe meglio, ma perché utilizzare un aggettivo? Ho scritto Mass per un nuovo inizio, ed è quel che è. Se utilizzo delle note che ricordano il jazz (come spesso faceva Debussy) è perché si tratta della scelta migliore dal punto di vista armonico. Se c’è stato qualcosa che mi ha influenzato mentre scrivevo Mass, probabilmente è stato Jesus Christ Superstar, ma nessuno coglie mai questo riferimento musicale.

In effetti, forse l’Agnus Dei potrebbe essere scritto come una ballata jazz (in realtà è una buona idea…), altrimenti non capisco perché Mass non possa semplicemente essere chiamato Mass, senza aggettivi.

Era il 1991 e stavo lavorarando con un coro giovanile fuori Stoccolma. Mi hanno chiesto se ero interessato a scrivere un pezzo più lungo per loro, quindi sono tornato qualche mese dopo con la prima stesura di Mass. Al tempo consisteva in uno spartito SATB scritto a mano, senza archi, e la parte del pianoforte erano solo gli accordi che avevo nella mia mente. Negli anni successivi ho cambiato qualche battuta, ho aggiunto gli archi e trascritto il pianoforte il più simile possibile a come lo stavo eseguendo.

Nella tua Mass quali soluzioni melodiche e armoniche appartengono al jazz e quali alla scrittura classica?

Ho interiorizzato tanti generi diversi di musica, quindi quando lavoro a un componimento non penso “Come posso farlo suonare classico, o jazz, o atonale, o folk?”, ma penso “qual è la strada – migliore – che vuole prendere la melodia?” e la seguo ovunque mi voglia portare.

Eseguiremo per la prima volta Amen Magna, puoi darci qualche aneddoto sull’ispirazione o la composizione del pezzo?

Sono stato felice ed onorato nel ricevere la richiesta di comporre un nuovo brano per l’anniversario del Coro Musicanova. E’ stata la prima volta che ho composto un pezzo a doppio coro, il che è stata una sfida più che benvenuta. Ci è voluto un po’ per trovare l’approccio giusto al testo, ma dopo aver deciso di fare delle variazioni sull’amen, ho avuto la libertà di scrivere prima la melodia e poi aggiungere il testo, nonostante di solito lavori nel senso opposto per la musica corale. Spero che l’atmosfera risulti festosa come l’ho intesa.

Se è vero che un compositore è portavoce della sua epoca, come cerchi di raggiungere questo obiettivo nel tuo lavoro?

Essere la “voce di una generazione” non credo sia qualcosa che un artista può consapevolmente decidere. Ma penso questo: puoi creare o puoi reagire. Se stai solo reagendo, a favore o contro il presente zeitgeist, sacrifichi parte della tua voce. Per esempio, agli inizi della mia carriera, per essere ascritti tra la crème de la crème della musica considerata “seria”, era obbligatorio essere atonali, o per lo meno includere atonalità. Non ho scelto la musica tonale come protesta, ma solo perché le canzoni più “orecchiabili” sono sempre state quelle che sentivo più mie. A Paul McCartney è stato chiesto quale fosse per lui il riconoscimento più grande per un cantautore: camminare per strada e sentire qualcuno che canticchia una delle tue canzoni. A me sembra che, per i compositori moderni, l’inclusione nell’industria musicale arrivi a patto di eliminare dai brani melodie più cantabili e memorabili. Quindi non me ne preoccupo.

E finalmente, che musica stai ascoltando ultimamente?

In realtà nulla. Ho appena finito di dare gli ultimi ritocchi a un album rock’n’roll lungo due ore, quindi questo è tutto ciò che ho ascoltato ultimamente. Ho il sospetto che mia moglie si sia ormai stufata dei miei assoli alla Little Richard.

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