Orlando di Lasso e l’effervescenza collettiva

Il concerto Policorale del prossimo 4 maggio vedrà riuniti il coro Musicanova, il coro InCantus e l’ensamble Nisi Vox nella splendida Basilica di Santa Croce in Gerusalemme a Roma. Dopo il primo concerto in celebrazione del ventennale dell’Associazione Musicanova, interamente dedicato al madrigale e al tema dell’amor profano, in questo appuntamento ci immergeremo in un’atmosfera spirituale e suggestiva grazie a un repertorio che esplora il fruttuoso rapporto tra la polifonia e il tema sacro. Il programma comprende anche il mottetto Deus misereatur di Orlando di Lasso, brano particolarmente amato dal coro Musicanova. Pubblicato a Venezia nel 1566 nella raccolta Sacrae cantiones liber quartus, il testo musicato è quello del Salmo 67 (66 secondo la numerazione di tradizione greca e latina). Il Libro dei Salmi, anche detto Lode o Salterio, è un testo databile intorno al III secolo a.C. contenuto nella Bibbia ebraica e nell’Antico Testamento della Bibbia cristiana. I suoi 150 capitoli, originariamente inni preposti alla narrazione fattuale della vita di Davide, vengono regolarmente utilizzati nella liturgia eucaristica e nella liturgia delle ore della Chiesa Cattolica. Di seguito la traduzione italiana del Salmo 67:

Al maestro del coro. Per strumenti a corda. Salmo. Canto

Dio abbia pietà di noi e ci benedica,

su di noi faccia splendere il suo volto;

perché si conosca sulla terra la tua via,

la tua salvezza fra tutte le genti.

Ti lodino i popoli, o Dio,

ti lodino i popoli tutti.

Gioiscano le nazioni e si rallegrino,

perché tu giudichi i popoli con rettitudine,

governi le nazioni sulla terra.

Ti lodino i popoli, o Dio,

ti lodino i popoli tutti.

La terra ha dato il suo frutto. Ci benedica Dio, il nostro Dio,

ci benedica Dio e lo temano tutti i confini della terra.

Senza avventurarci in una lettura teologica del testo, ci soffermiamo sul senso letterale della frase su cui si sviluppa l’intero tema della lode: «la terra ha dato il suo frutto». Il popolo ebraico, con espressioni di giubilo et timor dei, si affida completamente alla potenza divina capace di far fruttare l’avara terra di Palestina. Il salmo si configura dunque come preghiera di ringraziamento dopo il raccolto annuale, momento di esaltazione collettiva in cui la comunità ringrazia per l’avvenuto miracolo delle messi. Questa tipologia di testo è ascrivibile all’antichissimo filone della produzione linguistica di carattere pratico destinata ad accompagnare gli atti fondamentali della vita sociale: i riti religiosi, i lavori dei campi e le guerre.  Manifestazioni preletterarie di carattere poetico legate all’agricoltura sono comuni a moltissimi popoli, come ad esempio alle origini della letteratura latina (753-241 a.C.), troviamo i Carmina Fratrum Arvalium, inni cantati dai sacerdoti Arvali (arva = campi) alle divinità agresti nella festa primaverile degli Ambarvalia (Semunis alterni advocapit conctos/ Invocate a turno tutti gli dèi delle sementi). Nel Salmo 67 un popolo – di agricoltori – canta a Dio e nel suo canto corale include tutte le manifestazioni della società umana (tutte le genti; i popoli tutti; le nazioni; tutti i confini della terra). Il testo si configura, e per contenuti e per occasione di composizione, come espressione di quel sentimento generato dallo stare insieme descrivibile come uno sciogliersi dei confini individuali. Nel mottetto Deus misereatur Orlando di Lasso riesce nell’operazione di suscitare questo stesso sentimento attraverso la propria musica. Nello specifico, c’è un momento particolarmente solenne alla fine del brano, quando tutte e 8 le voci del coro si riuniscono sui versi «Benedicat nos deus et metuant eum omnes fines terrae», in cui il sentimento di compartecipazione diventa incontenibile e produce tra i presenti proprio quella condizione che Emile Durkheim chiamava «effervescenza collettiva». In questi momenti agisce una forza che rapisce la coscienza del singolo e la fonde con quella degli altri, una forza straordinaria, non comune, che per Durkheim non può che avere natura sacra. Il sacro, sempre secondo Durkheim, non è un principio ma un “mondo” costituito dall’insieme multiforme delle cose sacre, un mondo vastissimo e dai confini in continua evoluzione, che si fonda sul principio secondo cui ogni credenza «unanimement partagée» sia sacralizzata. Non tutte le credenze del genere sono religiose, dunque il sacro è più ampio della religione. Nella sua opera Le forme elementari della vita religiosa (1912), il sociologo francese afferma che nei momenti di più intensa interazione sociale – la Rivoluzione francese, le feste legate al ciclo naturale dei campi – gli individui sperimentano la potenza della vita collettiva, come una vera e propria uscita da sé, e sono indotti a dare alla società il nome di Dio. Da questo fenomeno, detto di effervescenza collettiva, sembra dunque «être née l’idée religieuse».

Condividendo o meno le tesi di Durkheim, si deve riconoscere alla musica la capacità di evocare un potente sentimento di condivisione in chi ascolta e ancora di più in chi esegue. E il coro, in cui la pluralità delle voci si fonde letteralmente in un’unità fisica e armonica, è uno strumento d’elezione per la ricerca di questa condizione straordinaria.

Alessandra Grillo

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