Ochi mei lassi

Ochi mei lassi

Pur non posso liberarmi,
Ché ad ognor mi sei davanti.
Tu dormi, e il dolor mio
Risveglia i sassi
E fa per gran pietà la luna obscura.
E tu dormi, tu, ma non questi occhi lassi
Perché ogni cosa da la mente fuge.
Occhi mei lassi, al pianger nati, frenati el pianto
Poi ché suo fui e più non ponno
Per erbe e per incanti a sé ritrarlo.

Il testo appena letto appartiene a uno dei brani studiati recentemente al Musicanova, Ochi mei lassi. La scelta di soffermarci su questo brano non è casuale, quest’anno infatti cade il ventennale dell’Associazione Musicanova e questa musica è indissolubilmente legata alla storia del coro. Di seguito, nella prima sezione, alcune informazioni sulla storia del brano e del coro; nella seconda sezione, una personalissima esegesi del testo che non ha alcuna aspirazione a verità, ma spera di aver colto una delle molteplici, magari inaspettate, interpretazioni dell’intenzione dell’autore. Potrete ascoltare tanti brani come questo, nel concerto a tema profano del prossimo due marzo, presso la Sala Riario di Ostia Antica. Sarà il primo appuntamento di una serie di concerti per i festeggiamenti del ventennale dell’Associazione, non mancate e venite a festeggiare con noi!

Dietro la musica:

Il 1998 fu un anno importante nella storia delle formazioni corali dirette dal Maestro Fabrizio Barchi. All’epoca, la Parrocchia di San Filippo Neri in Eurosia alla Garbatella ospitava due suoi cori: la Corale San Filippo e il Coro Giovanile San Filippo. Il direttore iniziava in quel periodo a confrontarsi con la difficile decisione di lasciare la direzione della Corale per dedicarsi sempre più al Coro Giovanile. A novembre, i ragazzi avrebbero infatti partecipato al 14° Concorso Polifonico Nazionale Guido d’Arezzo e per l’occasione avevano bisogno di una preparazione particolare e di un “pezzo da concorso”. Il coro aveva recentemente vissuto un’esperienza unica: dieci giorni di musica in viaggio tra Danimarca e Svezia. Tra le tante soddisfazioni che i giovani cantori riportarono a casa da quell’uscita ci fu l’incontro con il Maestro Gary Graden e l’aver cantato nella chiesa di St Jacob e al conservatorio Musikgymnasium di Stoccolma. Per il gruppo fu indubbiamente una preziosa esperienze di crescita e condivisione, ma soprattutto di confronto con il panorama corale europeo. In particolare, a colpire l’attenzione del direttore fu il proliferare di collaborazioni tra cori e compositori. Fu così che decise di contattare l’amico compositore Pietro Rosati, gli illustrò la situazione e concepirono l’idea di un brano ad hoc per il Coro Giovanile San Filippo, in vista della prossima avventura ad Arezzo. Nacque così il madrigale moderno Ochi mei lassi, all’altezza del compito, ma la cui difficoltà di esecuzione risultò immediatamente chiara a tutti. I “pezzi da concorso” rappresentano spesso una sfida per gli esecutori, sono infatti un’occasione per vincere e superare i propri limiti prima ancora di sfidare gli altri cori sul palco. I ragazzi si sottoposero a un intenso studio, portando il brano in diversi concerti e avvicinandosi sempre più all’obiettivo di padroneggiarne l’esecuzione. A novembre, però, il Coro Giovanile San Filippo non tornò vincitore da Arezzo, ma Ochi mei lassi è stato un viaggio di formazione da cui, a prescindere dal risultato finale, si torna sempre arricchiti. La collaborazione col Maestro Rosati proseguì poi con la realizzazione di altri due brani, Ubi fulget e Vivificas, inseriti nel CD Haec Dies (2014), una raccolta di opere originali nate dalle collaborazioni con diversi compositori contemporanei.

Arriviamo così al legame con l’attualità. Nel 1999, un nucleo del Coro Giovanile San Filippo, sotto la guida del Maestro Barchi, diede vita al Coro Musicanova, portando con sé la storia e le emozioni legate a questa musica. Nell’eseguirlo oggi, ogni cantore si sente vicino a chi lo ha preceduto, infatti, se negli anni molte cose sono cambiate, rimangono immutati “lo studio matto e disperatissimo” e la bellezza della sfida rappresentata da questo brano di cui ci stiamo innamorando e speriamo vi innamorerete anche voi.

Personalissima esegesi:

Orfeo canta e piange, e con lui piange la natura tutta – è notissima la sua capacità di muovere a compassione anche le pietre. È uno di quei personaggi dei miti antichi cui, fin dalla nascita, attende un destino doloroso. Come sarà poi per Tristano, l’omen di questa condanna di solitudine e di privazione è forse già nel nome del cantore, riconducibile alla stessa radice greca di ὀρϕανός (orfanòs): giovane sposo di Euridice rimase infatti vedovo poco dopo le nozze. Egli allora discese negli Inferi e cantò meravigliosamente per i suoi sovrani, ottenendo di riportare l’amata con sé in superficie a patto però di non voltarsi mai indietro lungo il tragitto. Ovidio, nelle sue Metamorfosi, non descrive mai Euridice, tacendo di proposito quella figura troppo dolorosa di larva. Per immaginarla ci rifacciamo allora a I sonetti a Orfeo di Rilke: “Come un frutto di buio e di dolcezza ell’era colma della sua gran morte, morte sì nuova ch’ella si smarriva […] Sciolta era ormai come una lunga chioma, abbandonata come pioggia in terra, come provvista in cento parti sparta. Ell’era già radice”. Durante l’ascesa, i passi di Euridice erano però troppo silenziosi e Orfeo d’istinto si voltò a cercarla, non appena ebbe posato gli occhi su di lei l’Ade la inghiottì. Ah! quegli occhi lassi, folli d’amore, incauti e dimentichi del patto di Persefone! Nelle teogonie classiche Hypnos e Thanatos sono fratelli gemelli, il Sonno e la Morte, entrambi impongono ai propri sudditi di tenere gli occhi chiusi. Fu così che Euridice scivolò nuovamente tra le braccia di un eterno sonno.

Il testo di Ochi mei lassi si può definire un pastiche, ossia costituito da stralci di preesistenti composizioni poetiche. Il primo e l’ultimo verso appartengono al Petrarca, le cui rime vengono sparse tra altre e modificate nel senso. Per dare un’idea del lavoro di collage operato riportiamo di seguito una delle strofe originali della canzone petrarchesca Quel’antiquo mio dolce empio signore, in cui vengono trattate le conseguenze sul poeta della tirannia di Amore:

Poi che suo fui non ebbi hora tranquilla,
né spero aver, et le mie notti il sonno
sbandiro, et piú non ponno
per herbe o per incanti a sé ritrarlo.

Canzoniere (Rerum vulgarium fragmenta)

L’assenza di sonno vessa Orfeo riproponendogli continuamente l’immagine dell’amata, in una rievocazione ossessiva dell’ultimo momento in cui la vide. Non vi è medicina o magico rimedio utile a placare le sofferenze della veglia e del pianto. Il delirio, la fuga precipitosa della mente da sé stessa, si traduce sullo spartito in un’eco continua in cui le diverse voci si rincorrono in ritmi sincopati. La formazione da percussionista del compositore influenza la scelta delle figure retoriche musicali volte a trasmette il senso di agitazione: ritmi scomposti, duine, terzine, quartine, anticipi, ritardi, sincopi, controtempi. Lo stesso aspetto fisico della scrittura musicale trasmette un senso di angoscia al cantore. Questo stile compositivo si inserisce nel filone della musica reservata rinascimentale in cui spicca un uso sistematico del madrigalismo, vale a dire di figure musicali particolari e riconoscibili per dare risalto a parole specifiche del testo. Un esempio classico è l’uso di due semibrevi in corrispondenza della parola “occhi”, che per l’esecutore somigliano a due orbite vuote che occhieggiano dal pentagramma. Gli accordi finali sono più dolci, l’agitazione si placa e le voci si fondono in un unisono pacificatore. La folle corsa del cuore sembra arrestarsi, l’aritmia si affievolisce. Si fa strada il pensiero liberatore di raggiungere l’amata nel sonno perenne, forse facendo ricorso a un’ultima medicina – o veleno, quel duplice ϕάρμακον (fàrmacon) dei greci.

Questa interpretazione del significato del testo non vuole sostituirsi a quella più immediata, e probabilmente più calzante: il dramma di un amore non corrisposto. Possiamo però provare a farle convergere. L’assenza di morte relega Orfeo nel regno dei vivi – il regno di Amore; Euridice in vita lo aveva ricambiato, ma ormai ella appartiene all’aldilà dove, abbeverandosi alle acque del Lete, ha lavato via le memorie e i sentimenti provati in precedenza. Dei due è dunque Orfeo l’amans, il participio presente, il soggetto attivo animato da passione amorosa; mentre Euridice, l’amata, participio passato, appartiene alla dimensione dell’inanimato, è oggetto avvolto dal torpore e ormai insensibile alle sofferenze del pretendente. Forse un tempo ella ricambiò l’amore, ma adesso il suo è un rifiuto. Molte parole sono state ispirate dai tormenti di grandi amori a senso unico, molte continueranno a sgorgare, alimentate da fonti di inesauribile pianto, in questo caso Ochi mei lassi potrebbe ricordarci che, mentre l’amante si strugge di passione non corrisposta, l’amato dorme sonni tranquilli.

Alessandra Grillo

Nessun commento ancora

Lascia un commento

facebook like buttonFacebookFacebookFacebookFacebook